UOMINI COME BESTIE di Chiara Pilat

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Chiara Pilat scrive “Uomini come bestie”. Vive ad Albisola Superiore. Cresciuta cibandosi di libri, ha sviluppato una predilezione per la fantascienza e il romanzo storico. E’ appassionata di antiche civiltà ed esoterismo. Oggi collabora nella traduzione di testi di filosofia indiana con l’AVGV, l’Associazione Vaisnava Gaudya Vedanta, (http://www.gaudiya.it).
Chiara ha, anche, pubblicato “The Amuvial Chronicles, La donna degli spiriti” e “The Amuvial Chronicles, La regina di Kaitya”. Una trilogia che racconta le vicende di Karen Piccinetti sul pianeta di Amuvial.
Trovate Chiara su Twitter, Istagram e Facebook.

 

Alla domanda: “Come hai vissuto l’ esperienza dell’auto-pubblicazione? Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso? Come definiresti la tua vita.”
Chiara risponde: “Auto-pubblicarsi un libro non è facile come può apparire e personalmente mi ha causato, e mi causa ad ogni nuova opera, una grande ansia. Tutti gli aspetti legati alla pubblicazione di un libro ricadono infatti solo sulle mie spalle, anche se una persona mi aiuta nell’editing finale, e cerco ogni volta di offrire un lavoro che sia il più possibile privo di errori. Altro aspetto di un certo peso per un autore self è la promozione dell’opera. Nel mio caso ho impiegato diversi mesi prima di riuscire ad attuare una strategia valida che mi permettesse di diffondere i miei romanzi tra i lettori.  Sinceramente non credo di essere la persona più adatta a elargire consigli. Il mondo del self-publishing è ostico e in balia della fortuna: ho visto opere scritte male e zeppe di errori grossolani scalare le classifiche ed altre valide e  curate sotto ogni punto di vista restare nel dimenticatoio. Perciò, se si vuole per forza pubblicare la propria opera, consiglio di munirsi di una grande dose di pazienza, non nutrire aspettative troppo alte, almeno all’inizio, e di non farsi una malattia se non si entra nelle classifiche o se le vendite sono scarse.  La mia vita la definirei piena. Piena di affetti, di interessi, di emozioni… ed a volte anche di ansia.

“Uomini come bestie” racconta la storia di Taylor che si risveglia in un incubo. Si ritrova in un grosso capannone, totalmente indifesa. E’ letteralmente nella merda e non può fare nulla per fuggire.
L’ambiente in cui è sepolta ci ricorda un recinto di animali, anzi bestie, a cui è imposto sudiciume e trattamenti terrificanti.
Dopo tentativi di ribellione, la nostra Taylor, cade in una momentanea disperazione che riesce a dissipare grazie a un legame delicato e materno, che riscatterà il vuoto che ha subito nella sua vita.
Con nostra sorpresa, trova conforto nel suo seviziatore che riesce ad elevare la sua condizione, ma l’uscita dal capannone porta Taylor a scoprire un mondo più terrificante di quello che conosceva.
Proprio quando la resa è vicina, sembra apparire uno spiraglio di speranza che gli alieni famelici estinguono sul nascere. Impotenti davanti alla trama, vi ritroverete in un momento di shock e vivrete le lacrime della nostra combattente. Solo l’amore, di quello che scopre non essere il suo nemico, la tiene a galla.

Alla domanda: “Quanto ti identifichi in Taylor? Come vivi la sfera sessuale nel tuo libro?”
Chiara risponde: “
In realtà non vi sono molti punti di contatto tra Taylor e me. Abbiamo in comune l’amore per i bambini e l’incapacità di restare indifferenti di fronte a degli abusi, ma per il resto non condividiamo lo stesso vissuto e credo che al posto di Taylor non avrei fatto le stesse scelte, non tutte almeno.
La sfera sessuale nel mio libro, trattandosi di un allevamento, è vista prevalentemente come un atto subito, imposto, violento, dettato dal bisogno di riprodurre la specie. Di diverso genere invece l’atto sessuale tra i due protagonisti della vicenda: per loro è forse l’unico momento in cui riescono a dimenticare le brutture del luogo in cui si trovano.

Se dovete scendere all’inferno, vi consiglio di farlo con l’opera horror-fantascientifico di Chiara Pilat, vi basterà cliccare qui e seguire le istruzioni qui.

Chiara ci da modo di riflettere sulla disumanità che talvolta può essere riservata in ambienti come questi. Nel suo libro le vittime siamo noi umani, ma nella nostra realtà le vittime sono gli animali.
La definizione esatta di questa tecnica è allevamento intensivo, il quale utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l’uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La gran parte dei prodotti che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo. Questa pratica è altamente criticabile per ragioni di carattere etico, salutistico e ambientalista.
Le critiche principi arrivano dal mondo animalista. Molti sostengono che negli allevamenti intensivi le condizioni di vita degli animali sono sensibilmente peggiori di quelle degli animali allevati in modo tradizionale. I movimenti animalisti hanno attaccato diverse pratiche in uso negli allevamenti, alcune delle quali sono state in seguito rese illegali in alcuni paesi. Sono stati denunciati casi in cui gli animali subivano regolarmente amputazioni, venivano cresciuti in ambienti talmente ristretti da causare atrofia muscolare, erano tenuti al buio per tutta la vita, e non ultimo la brutalità usata per uccirderli.
In questi allevamenti, inoltre, l’uso di farmaci è diffuso, sia per prevenire epidemie, sia come stimolanti della crescita. Queste modalità d’uso degli antibiotici (basso dosaggio per lunghi periodi di tempo) può portare al diffondersi di nuove forme di batteri sempre più sviluppati. Si stimano oltre 76 milioni di casi di malattie portate dal cibo da allevamento, e oltre 5000 morti l’anno.
L’alimentazione degli animali degli allevamenti intensivi è stata spesso oggetto di attenzione e critiche. Ricordiamo tutti la diffusione del morbo della mucca pazza che è conseguenza  dell’uso di farine di origine animale per nutrire le vacche.
Soprattutto le feci provenienti da enormi quantità di animali concentrati in aree relativamente piccole causano inquinamento delle falde acquifere e la contaminazione dell’acqua da parte di colibatteri.
Nel contempo, le attività legate all’allevamento su grande scala possono causare un depauperamento delle risorse naturali del territorio (Caso emblematico è quello del Brasile che per entrare nel ricco business della carne, disboscano ampie fette di territorio per far posto ai pascoli. Questo diminuisce la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica).
Un aspetto drammatico dell’allevamento intensivo, spesso taciuto, è l’enorme consumo di cereali per nutrire i bovini. Il consumo è altamente maggiore  al numero di proteine prodotte dall’animale, questo è il motivo per cui il prezzo dei cereali rimane alto, penalizzando i paesi poveri e contribuendo in maniera rilevante al problema della fame nel mondo.
Ciò che davvero dovrebbe farci riflettere è come in questi luoghi il “benessere degli animali” è ridotto al minimo possibile,  mentre aumenta esponenzialmente la loro sofferenza.

Alla domanda: “Abbiamo deciso di approfondire la disumanità riservata agli animali negli allevamenti intensivi, influenzati dal tuo libro. Che posizione assumi a riguardo?”
Chiara risponde: “Ovviamente la mia posizione riguardo gli allevamenti intensivi è di condanna. Nel momento in cui si pensa solo al profitto si perde di vista ciò che ci rende umani e cioè il provare sentimenti, come la pietà, verso delle creature indifese e sofferenti, vittime di un sistema che le ha ridotte a meri oggetti animati privi di qualsiasi diritto.”

Distinti saluti,
Tregua Libresca

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