L’ARCOBALENO E LA FARFALLA di Monica Talea

Monica TaleaMonica Cucurnia, Monica Tale in arte, è una scrittrice, giornalista e ufficio stampa.
Ha pubblicato con la casa editrice 13Lab: Seconda Chance a New York – diventato un Amazon Best Seller Romance – Your Passion e The Way.
Con la casa editrice Aliberti Compagnia Editoriale pubblica Dottore, non mi innamoro.
Attualmente Monica è un’autrice indipendente e ha pubblicato su Amazon e Kobo, Le note dell’anima, L’arcobaleno e la farfalla e Letto numero sedici, una piccola storia autobiografica.
Monica è laureata in Lettere Classiche all’Università degli studi di Pisa, percorso che l’ha resa paziente e determinata. Il lavoro, invece, le ha insegnato la versatilità necessaria per cogliere il quadro d’insieme di ogni cosa.
Come missione di vita, nel suo blog si ripromette di spargere ottimismo a piene mani, come fosse una polvere magica, qui.
La sua indomabile immaginazione non ha limiti, infatti scrive anche favole per bambini.
Monica è presente su tutti canali social: su facebook qui, su Twitter qui e su Instagram qui.

Alla domanda: “Se dovessi dare un consiglio a una persona più piccina di te, cosa le diresti? Nel contesto contemporaneo, nel quadro di crisi lavorativa e dei valori, cosa consiglieresti? Proprio grazie al tuo esempio, di persona determinata che ha successo e soddisfazione nella sua vita.
Monica risponde: ” Il lavoro, oggi, è una delle questioni più spinose e delicate. Scegliere la professione solo sulla base della propria passione, può essere estremamente rischioso ed azzardato. Occorre comprendere cosa il mercato richiede e cercare di assecondare il trend. Nel quadro di crisi diffusa, molte professioni stanno attraversando, infatti, un pesante ripiegamento che si protrae ormai da anni. La cultura, però, le opere dell’ingegno – soprattutto quelle letterarie ed artistiche – fioriscono come non mai in questi momenti critici e di stagnazione. Le difficoltà portano l’artista a creare e a costruire vie di fuga. Anch’io, nel mio piccolo, mi comporto in questo modo.

L’arcobaleno e la farfalla racconta la storia di Elisa, una donna felice. Gestisce a Milano una casa editrice, ereditata dalla madre e ha una vita piena, appagante: un marito che ama, un bambino che adora e benessere economico. Un giorno, tutto cambia. Una grande tragedia sembra annullare un futuro che era davanti a lei, già scritto. Come una pagina bianca, Elisa si vedere costretta a scrivere un nuovo avvenire. La vita non smette di sfidarla. Sarà la professione ad aprirle nuovi orizzonti. Un romanzo che tocca più vite, come a presentarci un corollario di esperienze, intrecciate tra loro, che ha un sapore ricco di realtà e speranza.
Una storia forte e intensa come la vita, lieve e delicata come il battito di ali di una farfalla.”

Alla domanda: “Quanto di te, è presente nel romanzo? Quanto di te possiamo trovare nei personaggi che racconti?” 
Monica risponde: “Io sono molto Elisa. Lei editrice, io autrice. L’editoria è il settore che più mi affascina in assoluto insieme al mondo del cinema, presente in altri miei libri che spero avrete voglia di leggere: Seconda Chance a New York e Le Note dell’Anima. Mi reputo una donna con istinto materno ed Elisa ha molto di me e della mia sensibilità. Una blogger che ha recensito di recente L’Arcobaleno e la Farfalla ha giustamente sottolineato che ne consiglia la lettura a persone intorno ai quarant’anni, soprattutto se hanno bisogno di un sostegno morale per uscire da un momento difficile. Lo trovo assolutamente giusto. E io sono, appunto, una quarantenne che ha un proprio bagaglio di esperienze di vita alle spalle. Gli anni arricchiscono molto le prospettive di un autore. C’é tanto di me anche in Ada. Sono sicura che parecchi lettori la ameranno. Così come Davide.”

Ora faccio una domanda a voi: “Quanto è importante rincorrere i proprio sogni, le ambizioni che uno si ripropone di avverare da giovane?”
Da piccoli siamo un’esplosione di energie: tutti astronauti o ballerine o qualsivoglia mestiere di prestigio. In seguito, si cresce e bisogna impattare con la realtà che circonda ognuno di noi, in modi diversi. Chi studia e lavora. Chi lavora e non può studiare. Chi studia soltanto e viene sminuito come un privilegiato scansafatiche. Chi si fa strada coi denti, chi non è capace di imporre sé stesso. E altri esempi a gogo. Chi deve sacrificarsi per cause personali che lo colgono forte tutti i giorni della sua esistenza. Chi non sopporta la vita e chi non sopporta la morte.
La nostra crisi ha svariate origini e conseguenze. Siamo venduti al soldo e ci inginocchiamo a lui senza vergogna. Sacrifichiamo noi stessi per un sistema di congetture sociali a cui non possiamo sottrarci: studio, lavoro, casa, famiglia. Un percorso ben scritto, con tappe precise; al di là di queste tappe, segnate con precisione, un senso di demoralizzazione immenso ci prende e cerchiamo di reprimere, abituandoci alla quotidianità. Un senso del dovere nei confronti di una vita, già enunciata, è una caratteristiche comune in molti di noi.
E i nostri sogni? Le nola-vita-che-sognavistre ambizioni? Erano solo sogni infantili, con gli anni li abbiamo sminuiti, per darci modo di disprezzarli. O forse erano la risposta alla grande domanda: “Come posso essere felice in questa vita?”.
Nemmeno noi di TL sappiamo rispondere e ci poniamo le stesse domande ogni giorno, e i personaggi del romanzo di Monica ci instilla questo grande dilemma nell’anima.
Quanto coraggio ci vuole per essere felici? Quanto coraggio ci vuole per decidere di ascoltare noi stessi, le nostre vere inclinazioni? Non è forse l’insoddisfazione a renderci infelici? Questa maledetta che ci rende incapaci di gioire della vita, la più alta forma di magia.

Alla domanda: “Quanto è importante rincorrere i proprio sogni, le ambizioni che uno si ripropone di avverare da giovane? E quanto è importante questo nei personaggi di L’arcobaleno e la farfalla?”
Monica risponde: “La vita ci porta spesso a inseguire la concretezza, ma quanto di noi perdiamo facendo certe scelte? Siamo la passione che ci anima; quella resta la parte più genuina di noi, che ha più da comunicare agli altri. Ecco perché Davide rinasce quando abbandona la sua professione in banca per dedicarsi al teatro. Ecco perché ci sentiamo tutti così liberi quando ci dedichiamo a ciò che amiamo sul serio.

Distinti saluti,
Tregua Libresca

 

IL RAGNO D’ORO di Sara Scaranna

 

Il ragno d'oroSara Scaranna scrive Il ragno d’oro e la leggenda della città perduta e il suo seguito Il ragno d’oro e la vendetta degli esiliati, a cui presto aggiungerà un terzo libro.
Sara ha 38 anni, lavora come impiegata nell’azienda di famiglia e ha un compagno che l’ha resa mamma di un bimbo di 4 anni.
Come mamma Sara si presenta così: “Sono mamma di un meraviglioso bimbo e, come tante donne, lavoro. Perciò passo la giornata arrabattandomi fra la casa il lavoro e il mestiere più bello del mondo: la mamma.”
Una delle sue passioni più grandi è la scrittura, a cui dedica tutto il tempo possibile.
Cura un blog personale clicca qui, in cui è possibile seguire il flusso dei pensieri di una mamma/donna intraprendente che cerca di realizzare il suo sogno.
Inoltre, cura una rubrica dedicata ai più piccoli clicca qui, dove propone dolci fiabe ai giovavi lettori, riunendo così in un solo posto la mamma e la scrittrice. Tra le favolette proposte possiamo trovare il primo scritto dall’autrice, pubblicato, per gioco, all’età di soli 8 anni.


Alla domanda: “Com’è pubblicare il proprio lavoro? Vederlo diventare reale? Realizzare il proprio sogno? Racconti la tua esperienza. Hai pubblicato con una casa editrice, vero?”
Sara risponde: “Pubblicare il proprio lavoro è gratificante e ti riempie di orgoglio, ad esso però si somma anche il timore del giudizio degli altri. A questo proposito ho pubblicato anche un articolo sul mio blog personale. Pubblicare un libro è sempre stato il mio sogno. Si può dire che il mio primo libro l’ho “auto-pubblicato” a 8 anni: ho inventato la storia, l’ho scritta e impaginata, ho aggiunto anche i disegni e poi ho utilizzato la fotocopiatrice di papà per farne un po’ di copie che ho distribuito ad amici e parenti. Raccontava la storia di Pio Pan, un pulcino. Ora il mio sogno è vivere di scrittura, ma questo è decisamente più difficile e complicato da realizzare. Ricordo che quando mi è arrivata la proposta editoriale della BookSprint edizioni ero al settimo cielo. Non mi capacitavo del fatto che qualcuno credesse nel mio lavoro tanto da pubblicarlo senza chiedermi soldi.”

Il ragno d’oro e la leggenda della città perduta racconta la storia tra Francesca, un’umana e Alessandro, un ragazzo con poteri straordinari proveniente da un paese avvolto nel mistero. Entrambi richiamati uno dall’altro, si lasciano andare a un amore pieno e un’alchimia inspiegabile e pura. I sogni di Francesca la spingono nella braccia di Alessandro, il quale non può immaginare una vita senza lei. Il loro amore cresce tra lo splendido paesaggio delle Valli di Comacchio, che rende il tutto ancora più poetico e trascendentale.

La loro crescente intensa è però minacciata. Gli abitanti della città misteriosa (di cui la nostra protagonista riesce a venire a conoscenza per fortuiti episodi e grazie una vecchia leggenda raccontatale da suo nonno) sono contrari al loro rapporto e cercano di ostacolarlo con continue intimazioni.
Nulla possono contro quest’unione. Alessandro decide di rinunciare ai propri poteri e alla propria immortalità, in cambio di una vita piena d’amore.
Proprio quando sta avvenendo il rito, la vita di Francesca è messa in pericolo da un abitante della stessa città del suo amato. Alessandro è costretto a rinunciare e a correre in suo soccorso, un attimo prima di perderla per sempre.
Francesca si risveglia a Spina e ciò che vede è meraviglioso ed inspiegabile. Inoltre, viene a conoscenza del mondo del suo compagno e della sua vera natura, finora a lei sconosciuta.

Il ragno d’oro e la vendetta degli esiliati vede la nostra affezionata Francesca, risvegliarsi da una terribile botta alla testa, in un mondo dove solo i suoi sogni le indicano l’esistenza di un grande amore che ha riempito la sua vita. I suoi genitori e la sua migliore amica non si spiegano il disagio che prova nei confronti della realtà e nessuno si ricorda di Alessandro. Un vuoto incolmabile inizia a mangiare dentro la nostra piccola Francesca che crede di star impazzendo. I suoi sogni, così forti, la convincono di non essere nel torto. Francesca, lasciando Spina, aveva perso la memoria e, contro ogni possibilità, l’ha riacquistata. Torna dal suo Alessandro e rimette a posto il suo ordine delle cose.
Il ritrovato legame riporta vita e gioia nelle loro vite, ma i sogni di Francesca sembrano rivelare un grande pericolo per Spina e il mondo intero. I nostri amanti e tutta la corte di Spina devono affrontare una grande minaccia che svelerà un segreto, nascosto da secoli. Francesca rischierà nuovamente la morte, ma solo per scoprire una magica verità sui suoi antenati.

Il ragno d'oro - seguito
Alla domanda: “La leggenda del ragno d’oro è una leggenda esistente. Ne sei venuta a conoscenza per caso o per una tua passione verso il mondo etrusco?”
Sara risponde: “E’ una leggenda esistente, così come la leggendaria Spina che è un po’ come la più famosa Atlantide. In realtà ci sono fondamenta storiche alla base di tutto, io però ho preferito fantasticare su di una Spina che ha continuato a vivere protetta dal famoso Ragno d’Oro.
L’idea della storia che ho raccontato mi è venuta anni fa quando la crisi economica ha travolto non solo la mia vita, ma quella di tutti. Il lavoro scarseggiava e quindi avevo molto tempo libero (il mio bimbo non era ancora nato), girovagando su internet, mentre ero alla ricerca di miti e leggende che riguardassero le Valli di Comacchio, mi sono imbattuta nella leggenda del Ragno d’oro e subito mi è venuta l’idea di raccontare una storia d’amore fra un’umana e un abitante della città magica di Spina. Per me è un luogo magico e suggestivo che alimenta la mia vena creativa e mi sembrava impossibile che, nessuno avesse inventato storie mitiche su un posto come questo. Scriverla, poi, è stato terapeutico, oltre che divertente, buttarmi a capofitto in un mondo tutto mio e completamente sotto il mio controllo mi ha fatto un po’ evadere dalla realtà e dalla paura di un futuro che in quel momento vedevo piuttosto nero. Ho impiegato 3 mesi per scriverla e oltre 4 anni prima di decidermi a cercare un editore per “Il Ragno d’oro e la leggenda della città perduta. La stesura iniziale era di oltre 400 pagine (in formato A4) piene zeppe di amore, forse troppo, poi fra tagli e modifiche l’ho quasi dimezzata.”

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Le Valli di Comacchio sono una vasta zona che si trova in Emilia Romagna, tra le province di Ravenna e Ferrara. La zona è classificata come sito di interesse comunitario e zona di protezione speciale all’interno del Parco regionale del Delta del Po.
Le Valli di Comacchio erano riempite di acqua dolce in origine, che proveniva dalle ricorrenti alluvioni dei fiumi. A partire del XVI secolo si riempirono progressivamente di acque marine, fornendone l’aspetto, che conservano ancora oggi, di valli salmastre.
Nelle valli di Comacchio è molto praticata la pesca, infatti troviamo ancora oggi numerosi accampamenti. Ci sono numerose saline dove viene prodotto il sale. Tipici della zona sono i casoni da pesca, capanne fatte di pali, paglia e canne palustri. Le Valli ospitano la più grande varietà di fauna ornitica d’Italia.

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Alla domanda: “Cosa sono per Sara Scaranna le valli di Comacchio?”

Sara risponde: “Per farlo cito due passaggi del mio libro “Il Ragno d’oro e la leggenda della città perduta” che secondo me descrivono perfettamente il mio pensiero a proposito di queste terre:

“La valle ha su di me un fascino che non so spiegare. È come se mi chiamasse, e quando la guardo, mi perdo nei suoi colori, nella sua pace. La vedo come un piccolo squarcio nel tempo; un luogo rimasto immutato da secoli e secoli che è riuscito a resistere ai capricci del tempo e degli uomini. Qui è come se il passato, il presente ed il futuro fossero la stessa identica cosa. Una briciola di eternità”

“Potevo stare ore lì seduta senza sentire nessun altro bisogno se non quello di riempirmi gli occhi e la mente con quello spettacolo che aveva il potere di tranquillizzarmi. Lì mi sentivo a casa. Il tramonto stava prendendo il sopravvento incendiando il cielo, ed il sole sembrava sciogliersi a contatto con l’acqua. Tutto il resto, invece, anneriva in sagome scure come ombre, quasi a voler sparire per lasciare interamente la scena al crepuscolo e ai suoi colori.”

Se poi si ha la fortuna di ammirarle all’alba, quando le sue acque e il cielo si tingono di rosa e viola, ti rendi conto di essere di fronte ad uno spettacolo che davvero ha il potere di rubare il cuore. In quel momento, in cui tutto è ancora immerso nel silenzio, ti dà addirittura l’idea che la Valle si esibisca solo per te. È come se la natura premiasse per essere sveglio mentre il resto del mondo dorme ancora. La Valle per me è questo: fascino, suggestione e magia. E se leggendo le mie parole qualcuno dovesse decidere di farci un salto per ammirarle personalmente, potrei dire di essere riuscita a trasmettere almeno un po’ delle belle emozioni che provo io ammirandole. Per non parlare poi delle tantissime varietà di uccelli che popolano questi luoghi, alcuni sono davvero bellissimi e particolari, come le avocette, i fenicotteri, quattrocchi (che non è un puffo, ma un’anatra), gli svassi, gli aironi ecc… Forse c’è anche una ragione affettiva che mi lega a questi luoghi: io amo il mare, e da casa mia la via più breve per raggiungere il mare attraversa proprio le Valli, forse anche questo ha contribuito a rendere questo posto ancora più speciale per me.”


Distinti saluti,
Tregua Libresca

LA TWITTER POESIA di @Thea72040431

Il suo nome su Twitter è Thea. A suon di 140 caratteri ci racconta storie che non vorremmo finissero mai. Nell’era dei social, dove un qualsivoglia pensiero dev’essere espresso nelle minima forma, Thea spezza le barriere. Scrive mini-romanzi, che di mini hanno solo il conteggio dei caratteri, di cui lei batte il record.
“Non bisogna capire, non bisogna stupirsi, ma comprendere e finalmente abbracciare la vita.”, questa è la sua BIO su Twitter, segno della sua acuta capacità di osservazione del reale che riesce a far emergere nella sue mini-storie. Per conoscerla un pò meglio, le abbiamo fatto qualche domanda.

Alla domanda di Tregua Libresca: “Thea, o almeno così ti chiamiamo dal tuo nome su Twitter. Quindi come ti chiami? Anche se non si chiede l’età a una signora, all’incirca quanti anni hai?”
Thea risponde: “47.”

TL: “Niente nome Thea? o è il tuo vero nome?”
Thea: “È un nomignolo dato da un amico. Thea significa dea in greco.”

TL: “Questa predilezione per il greco deriva dai tuoi studi o una passione personale?”
Thea: “Piccola passione, non ho mai studiato il greco, ma avrei voluto invece. Da adolescente ho letto molto il latino”

TL: “Come sei approdata alla scrittura? Cosa ti ha spinto in questo mondo?”
Thea: “Da piccola leggevo per una signora anziana, di tutto. Ecco il latino. Anna Karenina, Guerra e Pace, libri che in genere si studiano o si leggono in età adulta. La scrittura fu una conseguenza. Più leggevo più sentivo la necessità di scrivere. Tutt’ora è così.”

TL: “I tuoi mini-romanzi hanno un grande senso di realtà, riesci a far trasparire il reale e nel contempo ad essere molto romantica. Sono storie personali o che vedi vivere negli altri?”
Thea: “È la mia vita un po’ romanzata.”

TL: “Raccontaci da dove nasce l’idea di scrivere mini-romanzi.”
Thea: “Non volendo più scrivere poesie ho deciso di raccontare il mio presente e il mio probabile futuro. Ecco i piccoli romanzi.”

TL: “Se posso, da cosa nasce questo allontanamento dalla poesia?”
Thea: “No, non mi sono allontanata. Ad un certo punto ho sentito il desiderio di scrivere qualcosa di più lungo che descrivesse meglio le mie sensazioni. Un giorno ho iniziato a scrivere, doveva essere una poesia, poi è diventato un romanzo. Adesso non riesco più a fermarmi le parole sono inarrestabili.”

TL: “Quindi presto il tuo mini-romanzo diventerà un romanzo a tutto tondo?”
Thea: “Ancora ce ne vuole, siamo agli inizi.”

TL: “Cosa ti aspetti dal futuro?”
Thea: “Che mi dia le stesse cose che mi stà dando il presente.”

In questo articolo compaiono solo alcuni dei tweet che scrive. Non perdete il seguito o i seguiti. Siamo sicuri che questi tweet sono solo un estratto di un’opera più grande che presto le vedremo scrivere. Augurandole buona fortuna, vi invitiamo a seguirla qui.
Per rendere più reale la lettura sono riportati degli screen, vi facciamo notare che è necessario leggere dal basso verso l’alto. Buona lettura!

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Distinti saluti,
Tregua Libresca

UN PASSO ALLA VOLTA MI BASTA di Lea Paradiso

Lea Paradiso nasce a Genova, classe ’77. Tra il 2014 e il 2015 pubblica “Un passo alla volta mi basta” e il suo seguito “Non è mai troppo tardi”, due romanzi rosa carichi di emozione, che descrivono situazioni e fenomeni molto comuni tra i giovani d’oggi, primo fra tutti il trasferirsi in una grande città, al fine di conquistare i propri sogni e realizzarsi professionalmente: Betta, la protagonista, è una giovane donna di ventitré anni che impazzisce tra fondotinta e ombretti, una ragazza determinata nel diventare una make-up artist di successo. Ma la città è così poco accogliente per lei, nata e cresciuta delle verdi campagne al confine tra Marche e Romagna, abituata al suo piccolo paesino, Mercatino Conca, dove i rapporti tra le persone non sono così schivi e superficiali, dove i legami sono solidi, radicati nel cuore. Così si ritrova sola, lontano dai suoi genitori e dalla sua Nuvola, cagnolona che in passato l’ha aiutata così tanto nel superare una spiacevole situazione familiare e che le manca moltissimo. Betta fa fatica a pagare affitto, bollette e non ha tempo per la spensieratezza e distrazioni che alla sua età dovrebbero essere più che naturali. Lavora tutto il giorno e si ritrova a crollare di sonno la sera sul divano. Non ha vita sociale e le giornate le sembrano tutte uguali. Un giorno qualunque però, la sua vita cambierà per sempre, incontrando Simone, l’amore vero, autentico e struggente.

I suoi romanzi sono disponibili qui.

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Alla domanda “Da dove sei partita per dare vita al tuo primo romanzo?”
L.P. risponde: “Sono una persona difficile da capire, amo ritagliarmi momenti di riflessione e solitudine, lontana da tutto e da tutti per ritrovare il mio equilibrio interiore. In genere si tratta di lunghe passeggiate immersa nella natura, che adoro fotografare. Ho sempre avuto una sconfinata fantasia e l’abitudine ad avere la testa tra le nuvole. Un giorno stavo camminando in campagna e nel mentre stavo ascoltando una canzone di Mika intitolata “Underwater” : mi sono fermata ed ho incominciato ad immaginare di essere un’altra persona, Elisabetta. Così mi sono precipitata a casa ed ho iniziato a scrivere. Non avrei mai pensato che da quell’illuminazione ne sarebbe uscito un romanzo.”

Alla domanda: “La morale di fondo la troviamo sicuramente nel titolo: Un passo alla volta mi basta. Il detto dice “mai fare il passo più lungo della gamba”, a tutti capita nella vita di compiere azioni un po’ troppo… Impulsivamente. Cosa ne pensi a riguardo?”
L.P.  risponde: “Sono sempre stata una persona abbastanza prudente e riflessiva nel prendere decisioni. Scrivere per me è stato come una lunga seduta di psicoanalisi, ho messo in discussione tutta la mia vita ed ho finalmente trovato il coraggio di porre fine ad un matrimonio senza più amore e che si stava trascinando da molto tempo togliendomi ossigeno.”

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Alla domanda: “Quanto ti identifichi nei tuoi personaggi?”
Lea ha risposto: “C’è molto di me nei miei personaggi. Betta rappresenta i miei vent’anni, fatti di impulsività, di reazioni di pancia e di leggerezza. Simone, che amo follemente, rappresenta ciò che sono ora, la mia evoluzione, il mio cambiamento. È la mia parte maschile. Paradossalmente ora la mia vita sotto certi aspetti è molto simile a quella di Betta, perciò devo stare molto attenta a quello che scrivo.”

Abbiamo chiesto a L.P. : “Nel tuo romanzo traspare il tuo amore incondizionato per Nuvola, il cane della protagonista, che l’ha aiutata a superare un momento molto difficile. Quanto sono importanti gli animali nella tua vita?”
Lei ha risposto: “Gli animali per me sono tutto. Sono presenze discrete che ti stanno accanto senza giudicare. Non mi sento esattamente a mio agio fra le persone, mentre con gli animali è diverso, il loro modo di comunicare non verbale fatto di gesti, sguardi, sensazioni mi ha fatto mettere in discussione tutto quello che era il mio mondo sino ad allora, un mondo che non mi apparteneva.
Fare la volontaria e conoscere Nuvola mi ha aiutata a ritrovare me stessa, lei era una creatura meravigliosa che mi manca ogni giorno e alla quale penso spesso.
Nuvola era ospite al canile dove per un certo periodo ho prestato volontariato. Le devo tutto, tutto ciò che sono ora come persona e l’essere riuscita a realizzare il mio immenso sogno di scrivere. Quando è morta è stato come se mi avessero strappato il cuore, una parte di me se n’è andata con lei, ma vivrà sempre nelle pagine dei miei libri.”

Lea fa parte del gruppo di volontari del canile “Il piccolo rifugio” di Sassofeltrio.

Distinti saluti,
Tregua Libresca

NUOVA ERA di Maria Stella Bruno

51uuTELQ+5L._SY346_Maria Stella Bruno è una lettrice appassionata, scrive poesie a carattere esistenziale, molte delle quali vengono inserite in antologie, segno della sua acuta sensibilità. Si aggiudica diversi premi letterari, a dimostrazione del suo talento, e pubblica romanzi fantasy e di fantascienza. I suoi libri sono disponibili in e-book su Amazon (clicca qui). Maria Stella è un autrice frizzante, tiene un blog (clicca qui) dove appunta pensieri, promuove con acuto sostegno lavori di altri autori e cura delle rubriche tra cui:
– “Cercatori di Parole” , dove tiene informazioni sulle tendenze e novità dal mondo del Fantasy, della Fantascienza e dell’Horror su Bookoria, un sito di promozione gratuita per scrittori clicca qui.
– “La Locanda dell’Inchiostro Versato”, dove si trovano interviste e presentazioni di autori esordienti e non. clicca qui
– “Recensioni” clicca qui

Alla domanda: “Come hai vissuto l’ esperienza dell’auto-pubblicazione? Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso? Soprattutto, come definiresti la tua vita, come gestisci la tua carriera? ”
M.S.Bruno risponde: “Sono arrivata all’auto-pubblicazione in un processo inverso al consueto, ovvero dopo aver pubblicato per anni con una Casa Editrice. Purtroppo questa ha chiuso ed io, piuttosto di rigettarmi nel mare editoriale in cui le risposte, se ci sono, si ricevono dopo molti mesi, ho preferito l’indipendenza che offre Amazon. A chi vuol scrivere e pubblicare consiglio in primis di dedicarsi con attenzione al testo. Rivederlo e rivederlo, limandolo, correggendolo, infine provare ad avvicinarsi (con umiltà) a Case Editrici che trattano il genere scelto, ma evitando quelle che propongono contratti a pagamento o vendita di copie. Per esperienza so che non si approda a molto. Consiglio l’auto-pubblicazione proprio per quella libertà e indipendenza di cui parlavo, ma bisogna armarsi di pazienza ed essere capaci di auto-promuoversi (Io sto imparando solo adesso a farlo!). La Casa Editrice però offre esperienza e distribuzione. Inoltre protegge i testi prendendosi l’onere di registrare i diritti. Come definisco la mia vita e gestisco la carriera? Beh, sono belle domande!  Credo che nella vita come nella carriera l’importante è l’impegno, la dedizione e la costanza (Che mi viene difficile), tre cose che, mi auguro, infine premino. Mi dedico con passione a ciò che faccio, sperando di riuscire a coinvolgere qualcun altro nella mia fantasia. Non pretendo grandi cose dalla vita, ma punto alla qualità. E così nel mio lavoro.”

C’è una nuova terra, lontano da noi, in cui sorgono tre soli durante il giorno. Questo pianeta si chiama Nuova Era ed è una seconda opportunità di sopravvivenza per i coloni che un tempo abitavano sulla Terra. Questo mondo è ostile e gli umani che lo abitano sono organizzati in 350 insediamenti, strutturate secondo regole ferree. Le recinzioni, intorno ai campi, servono a protezione da creature selvagge e maligne.
Danmar, astuto cacciatore del campo 231, mentre investiga su un incidente accaduto fuori dai recinti e su delle anomalie interne, incontra una enigmatica donna.
Zohya, dai lineamenti singolari e circondata da tecnologie palesemente extraterrestri, salva il cacciatore, dando inizio a un legame di crescente fiducia.
La studiosa, facente parte di una veneranda Corporazione, comincia ad interferire con gli affari del campo, a dispetto di una norma che glielo vieta in assoluto; qualcosa la spinge ad infrangere un velo che prima le impediva di lasciarsi andare alle sue emozioni.
Insieme, Danmar e Zohya, affronteranno numerosi ostacoli, tra cui la salvezza di Nuova Era, e inganni che li porteranno a svelare verità scomode ed accorgersi che un disegno più grande si perpetua intorno a loro.

Alla domanda: “Durante la stesura di Nuova Era, qual’è stato il tuo rapporto con i personaggi? Hai un’acuta sensibilità, sopratutto nell’analisi psicologica dei profilo e degli eventi, il lettore è totalmente immerso nell’ambientazioni e nella trama. Se dovessi chiedere quale sia il messaggio fondamentale che vuoi impartire al lettore, quale sceglieresti?”
M.S.Bruno risponde: “Amo ogni personaggio che scrivo, ma devo ammettere che “rapportarsi” con alcuni è stato più semplice che con altri. Più sono complessi e sfaccettati, più io mi diverto a descriverli. Poi certe volte capita che sia il personaggio stesso a cambiare gli eventi che magari io avevo immaginato diversamente. È il suo carattere, il suo modo di rapportarsi alle vicende che cambia la storia… E’ una cosa un po’ particolare, ma riserva i colpi di scena migliori o le svolte più interessanti!
Se dovessi scegliere un messaggio che ho voluto trasmettere sarebbe il valore dell’equilibrio. L’importanza che tra ragione e sentimento ci sia una certa stabilità, che da soli non si può risolvere sempre tutto e che molte cose non possono essere controllate. Bisogna saper stare soli, come saper accettare aiuto. Equilibrio, appunto!” 

I primi viaggi nello spazio furono affrontati dagli scrittori di fantascienza come Jules Verne e H. G. Wells. Dopo queste esplorazioni letterarie dovremmo aspettare il 1942 per vedere i primi due oggetti, due razzi, riuscire ad oltrepassare l’atmosfera terrestre. E solo, nel 1946, si otterrà la prima immagine dello spazio da un vettore V2 tedesco lanciato dagli Stati Uniti d’America. Il primo viaggio orbitale avverrà, quasi 10 anni dopo, nel 1957 con lo
Sputnik 1 dall’Unione Sovietica. Seguirono voli con a bordo i primi passeggeri: la famosa cagna Laika e, dopo di lei, i cani Byuri-gagarinelka e Strelka, accompagnati da un coniglio grigio, 42 topi, 2 ratti, e numerose piante e funghi; tutti i passeggeri sono sopravvissuti: erano le prime creature terrestri ad andare in orbita e ritornare in vita.
Il primo uomo a volare nello spazio, nel 1961, fu Jurij Gagarin che, da lassù, noto: «Da quassù la Terra è
bellissima, senza frontiere né confini.», al suo rientro venne “battezzato” cosmonauta (marinaio dell’universo); mentre gli Stati Uniti crearono il termine astronauta (marinaio delle stelle). Fu l’inizio di una corsa all’esplorazione senza confini.

Alla domanda: “Cosa ti affascina dello spazio? Quest’ambientazione fantascientifica quanto la vedi lontano/vicino dalla realtà di oggi? O meglio, secondo te quanto tempo manca dal nostro possibile trasferimento su un altro pianeta?”
M.S.Bruno risponde: “Lo spazio mi ha sempre affascinata, fin da bambina, forse per quel mistero che custodisce gelosamente o magari perché spalanca l’immaginazione facendo sognare chissà quali meraviglie possano esistere. Ma non credo che una realtà come da me descritta sia così vicina, ahimè. Forse certe tecnologie sono verosimili, anzi alcune sono già in sperimentazione (ho preso spunto da invenzioni già in progettazione), però l’umanità non ha ancora le capacità di attraversare la galassia per cercare un pianeta abitabile. Tra qualche generazione magari, quando esisterà un sistema di propulsione che possa colmare le distanze e un altro che possa consentire all’uomo di ingannare il Tempo e sopravvivere a un viaggio che, comunque, sarebbe lungo. Intanto, mi accontento di “viaggiare” con la fantasia, di creare mondi diversi, meravigliosi e terribili, unici ma in un certo senso “veri”, almeno per chi si lascia condurre fra le pagine dei miei romanzi.” 

Distinti saluti,
Tregua Libresca

UOMINI COME BESTIE di Chiara Pilat

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Chiara Pilat scrive “Uomini come bestie”. Vive ad Albisola Superiore. Cresciuta cibandosi di libri, ha sviluppato una predilezione per la fantascienza e il romanzo storico. E’ appassionata di antiche civiltà ed esoterismo. Oggi collabora nella traduzione di testi di filosofia indiana con l’AVGV, l’Associazione Vaisnava Gaudya Vedanta, (http://www.gaudiya.it).
Chiara ha, anche, pubblicato “The Amuvial Chronicles, La donna degli spiriti” e “The Amuvial Chronicles, La regina di Kaitya”. Una trilogia che racconta le vicende di Karen Piccinetti sul pianeta di Amuvial.
Trovate Chiara su Twitter, Istagram e Facebook.

Alla domanda: “Come hai vissuto l’ esperienza dell’auto-pubblicazione? Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso? Come definiresti la tua vita.”
Chiara risponde: “Auto-pubblicarsi un libro non è facile come può apparire e personalmente mi ha causato, e mi causa ad ogni nuova opera, una grande ansia. Tutti gli aspetti legati alla pubblicazione di un libro ricadono infatti solo sulle mie spalle, anche se una persona mi aiuta nell’editing finale, e cerco ogni volta di offrire un lavoro che sia il più possibile privo di errori. Altro aspetto di un certo peso per un autore self è la promozione dell’opera. Nel mio caso ho impiegato diversi mesi prima di riuscire ad attuare una strategia valida che mi permettesse di diffondere i miei romanzi tra i lettori.  Sinceramente non credo di essere la persona più adatta a elargire consigli. Il mondo del self-publishing è ostico e in balia della fortuna: ho visto opere scritte male e zeppe di errori grossolani scalare le classifiche ed altre valide e  curate sotto ogni punto di vista restare nel dimenticatoio. Perciò, se si vuole per forza pubblicare la propria opera, consiglio di munirsi di una grande dose di pazienza, non nutrire aspettative troppo alte, almeno all’inizio, e di non farsi una malattia se non si entra nelle classifiche o se le vendite sono scarse.  La mia vita la definirei piena. Piena di affetti, di interessi, di emozioni… ed a volte anche di ansia.

“Uomini come bestie” racconta la storia di Taylor che si risveglia in un incubo. Si ritrova in un grosso capannone, totalmente indifesa. E’ letteralmente nella merda e non può fare nulla per fuggire.
L’ambiente in cui è sepolta ci ricorda un recinto di animali, anzi bestie, a cui è imposto sudiciume e trattamenti terrificanti.
Dopo tentativi di ribellione, la nostra Taylor, cade in una momentanea disperazione che riesce a dissipare grazie a un legame delicato e materno, che riscatterà il vuoto che ha subito nella sua vita.
Con nostra sorpresa, trova conforto nel suo seviziatore che riesce ad elevare la sua condizione, ma l’uscita dal capannone porta Taylor a scoprire un mondo più terrificante di quello che conosceva.
Proprio quando la resa è vicina, sembra apparire uno spiraglio di speranza che gli alieni famelici estinguono sul nascere. Impotenti davanti alla trama, vi ritroverete in un momento di shock e vivrete le lacrime della nostra combattente. Solo l’amore, di quello che scopre non essere il suo nemico, la tiene a galla.

Alla domanda: “Quanto ti identifichi in Taylor? Come vivi la sfera sessuale nel tuo libro?”
Chiara risponde: “
In realtà non vi sono molti punti di contatto tra Taylor e me. Abbiamo in comune l’amore per i bambini e l’incapacità di restare indifferenti di fronte a degli abusi, ma per il resto non condividiamo lo stesso vissuto e credo che al posto di Taylor non avrei fatto le stesse scelte, non tutte almeno.
La sfera sessuale nel mio libro, trattandosi di un allevamento, è vista prevalentemente come un atto subito, imposto, violento, dettato dal bisogno di riprodurre la specie. Di diverso genere invece l’atto sessuale tra i due protagonisti della vicenda: per loro è forse l’unico momento in cui riescono a dimenticare le brutture del luogo in cui si trovano.

Se dovete scendere all’inferno, vi consiglio di farlo con l’opera horror-fantascientifico di Chiara Pilat, vi basterà cliccare qui e seguire le istruzioni qui.

Chiara ci da modo di riflettere sulla disumanità che talvolta può essere riservata in ambienti come questi. Nel suo libro le vittime siamo noi umani, ma nella nostra realtà le vittime sono gli animali.
La definizione esatta di questa tecnica è allevamento intensivo, il quale utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l’uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La gran parte dei prodotti che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo. Questa pratica è altamente criticabile per ragioni di carattere etico, salutistico e ambientalista.
Le critiche principi arrivano dal mondo animalista. Molti sostengono che negli allevamenti intensivi le condizioni di vita degli animali sono sensibilmente peggiori di quelle degli animali allevati in modo tradizionale. I movimenti animalisti hanno attaccato diverse pratiche in uso negli allevamenti, alcune delle quali sono state in seguito rese illegali in alcuni paesi. Sono stati denunciati casi in cui gli animali subivano regolarmente amputazioni, venivano cresciuti in ambienti talmente ristretti da causare atrofia muscolare, erano tenuti al buio per tutta la vita, e non ultimo la brutalità usata per uccirderli.
In questi allevamenti, inoltre, l’uso di farmaci è diffuso, sia per prevenire epidemie, sia come stimolanti della crescita. Queste modalità d’uso degli antibiotici (basso dosaggio per lunghi periodi di tempo) può portare al diffondersi di nuove forme di batteri sempre più sviluppati. Si stimano oltre 76 milioni di casi di malattie portate dal cibo da allevamento, e oltre 5000 morti l’anno.
L’alimentazione degli animali degli allevamenti intensivi è stata spesso oggetto di attenzione e critiche. Ricordiamo tutti la diffusione del morbo della mucca pazza che è conseguenza  dell’uso di farine di origine animale per nutrire le vacche.
Soprattutto le feci provenienti da enormi quantità di animali concentrati in aree relativamente piccole causano inquinamento delle falde acquifere e la contaminazione dell’acqua da parte di colibatteri.
Nel contempo, le attività legate all’allevamento su grande scala possono causare un depauperamento delle risorse naturali del territorio (Caso emblematico è quello del Brasile che per entrare nel ricco business della carne, disboscano ampie fette di territorio per far posto ai pascoli. Questo diminuisce la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica).
Un aspetto drammatico dell’allevamento intensivo, spesso taciuto, è l’enorme consumo di cereali per nutrire i bovini. Il consumo è altamente maggiore  al numero di proteine prodotte dall’animale, questo è il motivo per cui il prezzo dei cereali rimane alto, penalizzando i paesi poveri e contribuendo in maniera rilevante al problema della fame nel mondo.
Ciò che davvero dovrebbe farci riflettere è come in questi luoghi il “benessere degli animali” è ridotto al minimo possibile,  mentre aumenta esponenzialmente la loro sofferenza.

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Nella foto potete vedere delle capannine in cui vengono introdotti vitellini, solo dopo un’ora dalla loro nascita. La loro fine è segnata in un tempo di circa sei settimane; tutto questo per la produzione di bistecche pregiate.

Alla domanda: “Abbiamo deciso di approfondire la disumanità riservata agli animali negli allevamenti intensivi, influenzati dal tuo libro. Che posizione assumi a riguardo?”
Chiara risponde: “Ovviamente la mia posizione riguardo gli allevamenti intensivi è di condanna. Nel momento in cui si pensa solo al profitto si perde di vista ciò che ci rende umani e cioè il provare sentimenti, come la pietà, verso delle creature indifese e sofferenti, vittime di un sistema che le ha ridotte a meri oggetti animati privi di qualsiasi diritto.”

Distinti saluti,
Tregua Libresca